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Perché il Design dovrebbe imparare da Free Software, Open Source e P2P come relazionarsi ad una comunità?

Perché le comunità Free Software, Open Source e P2P hanno sviluppato forme organizzative e principi che hanno dimostrato di permettere una auto-organizzazione ottimale su base comunitaria, riuscendo a raggiungere dimensioni potenzialmente elevate. Hanno sviluppato, cioè, un approccio alla dimensione comunitaria che ha dimostrato la propria validità. Per questo motivo, i loro principi e la loro forma organizzativa sono stati adottati esplicitamente anche in numerosi altri ambiti, e vi sono stati anche casi che, anche se non ispirati direttamente, presentano forme organizzative e principi da esse derivanti. Dato il loro successo, infatti, si è diffuso un interesse generale verso forme collaborative su base comunitaria; interesse che a portato alla scoperta anche di alcuni casi antecedenti al fenomeno Free Software, Open Source e P2P ma che presentano alcuni elementi in comune.
Tutti questi casi (ispirati, derivanti ed antecedenti) possono essere raggruppati, almeno temporaneamente, in Comunità Open P2P, comunità caratterizzate da una partecipazione aperta (Open) e paritaria (P2P), di cui parlerò più approfonditamente in futuro. La classificazione di tutti questi casi è infatti un tema delicato, in continua ridefinizione (arrivando anche sino al Crowdsourcing e al Web 2.0).

Da questo successo, da un lato, una ulteriore prova che la forma organizzativa comunitaria sia promettente, e dall’altro lato la prova che vi siano elementi per portare queste forme organizzative anche a comunità con dimensioni elevate, riuscendo così a costruire reti collaborative, sia brevi che lunghe, con maggiori probabilità di diffusione e successo all’interno della società. Sono infatti modelli che hanno dimostrato una certa scalabilità: anzi, sono forse gli unici modelli di partecipazione che riescono a funzionare con successo con un numero potenzialmente elevato di partecipanti. E maggiore il numero di partecipanti, maggiore le probabilità di successo e la rapidità nell’ottenerlo.

Si può quindi ipotizzare che questi modelli organizzativi e i loro principi potrebbero essere utilizzati per supportare e diffondere le attività delle Comunità Creative (o, in generale, per comunità). Inoltre, user-generated content ed iniziative commerciali basate su comunità rappresentano ora grandi opportunità di business (come YouTube, per esempio), e quindi una ridefinizione del ruolo del Design potrebbe portarlo a nuove opportunità commerciali.

L’idea è quindi non solo di portare pratiche e principi Open P2P all’interno del processo progettuale, ma di diffonderli nella società attraverso il processo progettuale. Forme organizzative e principi Open P2P come strumento e come oggetto di progettazione per il supporto alle Comunità Creative (o, in generale, ad una comunità). Casi in cui si è tentato di portare la filosofia Open P2P all’interno del processo progettuale non sono mancati (anche se questo è un processo in continua ridefinizione); ma ora ci si propone di utilizzare il progetto per la diffusione della filosofia Open P2P all’interno della società, se non altro in quegli ambiti che ne potrebbero giovare maggiormente.

A questo punto sappiamo dove il Design possa attingere informazioni ed expertise per rapportarsi ad una comunità. Ma una comunità è una entità complessa, un sistema complesso vero e proprio. E se le sue dimensioni aumentano notevolmente, questa dimensione complessa non può non essere considerata.

Come ci si rapporta, progettualmente, a comunità che possono avere un alto numero di partecipanti? Come ci si rapporta alla complessità di una comunità?

E quindi, in generale, come un progettista si dovrebbe rapportare con la complessità?

Ed in questa direzione proprio il fenomeno Free Software e Open Source potrebbe esserci di aiuto…

(continua)

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